La vita urbana nel novecento - Firenze in Toscana
Nella ricca produzione letteraria fiorentina dell’Otto e del Novecento è possibile ritrovare preziosi elementi per cogliere sia la città antica giunta al limite del suo massimo sviluppo organico e continuamente coerente, sia la coscienza della stessa città antica nella sensibilità del nostro tempo, travagliata dai problemi del rapporto tra una testimonianza perennemente risorgente e l’urgenza di arrivare almeno a intravedere la città nuova non ancora nata. La dimensione borghese e sostanzialmente provinciale alla fine dell’Ottocento e nel Novecento è recuperabile nelle pagine di Aldo Palazzeschi, di Giovanni Papini, di Vasco Pratolini, di Emilio Cecchi, di Giorgio Saviane. “Firenze-millenovecentotredici - scrive Palazzeschi nel 1932 - : paiono due parole appartenenti al linguaggio della preistoria, e sono invece l’annunzio che qualche cosa di nuovo stava per nascere e per travolgere gli uomini e le loro idee. Era ancora il tempo delle mutande lunghe da uomo legate agli stinchi con i nastri, il trionfo dei baffi e della barba, dei colletti inamidati anche d’estate, e delle cravatte con l’elastico o la robusta molla d’acciaio. Chi si radeva era considerato dalla maggioranza (e anche dalle donne) un prete travestito o un cameriere o un cocchiere. La banda domenicale, in piazza, mandava in estasi le servette scese dalla Falterona, e le ragazze da marito: l’omnibus rappresentava il servizio pubblico usato dalle persone come-si-deve, e il tranvai quello dei rompicollo e delle teste calde”. Per le strade, nelle piazze, secondo le ore della giornata e le stagioni, si incontrano venditori dei generi più vari, dai commestibili agli oggetti di necessità casalinghe: di pandiramerino, di lupini, di duri di menta, di stringhe e aghetti da scarpe, di grilli canterini, di girandole di celluloide, di fiori, di giornali, orari e calendari. Tipici di altre città e paesi toscani sono i venditori di castagne e marroni arrostiti dette ‘caldarroste’ o ‘bruciate’: “La venditrice di bruciate a un crocicchio di strade, sotto l’ombrellone d’incerato verde che le copriva il barroccio e il fornello dalla grande bocca di negro, ardente, e le bruciate conservate calde fra le coltri imbottite. L’atteggiamento e l’aspettativa della venditrice con lo scaldino sotto il grembiule [...]. I montanari svizzeri con le facce troppo buone e troppo serie fra quelle dei fiorentini troppo facete e maliziose, [...] sulla porta delle botteghe spalancate, disadorne o tappezzate di teglie, scodellavano pattone fumanti [...], col gesto rapido e il viso buzzo ne incominciavano la partizione per mezzo di un filo” (ibidem). I venditori di semi di zucca, immancabili all’ingresso delle scuole e nei giardini pubblici, sempre frequentatissimi, lanciavano il loro richiamo: “Chi si diverte a i’sseme?”. Ma ogni tipo di venditore aveva il suo: “Oh, i miei pandiramerino! I miei pan di ramerino! Gli hanno visto l’olio!”; “Duri di menta, duri!”; “Freschi e belli fatti d’ora!”, ecc.
Altri personaggi comuni della strada sono il ciarlatano, il chiamatore di vetture, il fiaccheraio, lo spazzaturaio, il bacalaro (chi badava ai cavalli e chiamava i vetturini nelle stazioni di piazza). Scrive Ottone Rosai, nel 1930: “Ogni mattina all’alba la passera solitaria, dopo un cinguettato saluto al nuovo giorno, lascia il campanile del Duomo diretta alla cupola di S. Lorenzo. Da anni il bacalaro di piazza segue quel risveglio e quel volo. Scamiciato, coi piedi nudi e i pantaloni rimboccati fin sopra il ginocchio, tra un moccolo e un altro, egli inzuppa la spugna nel secchio dell’acqua, la strizza, passandola sui parafanghi e le ruote impillaccherate delle vetture, alzando ogni tanto la testa in attesa che la passera si desti”. Perfino l’“accecante fioritura di geranî scarlatti” per cinque o sei finestre al secondo piano “sopra un’antica e bellissima farmacia” al canto delle Rondini fra via Pietrapiana e via del Fosso (oggi Verdi) costituisce ogni anno argomento “dell’intera città che tutta ne parlava” (A. Palazzeschi, 1970).
La vita urbana è ancora quella di un grande paese. In questo grande paese il piazzale Michelangelo o il Tivoli lungo il viale che scende in città; i grandi magazzini , come il Bazar Bonaiuti (poi Duilio 48) in via Calzaiuoli o l’UPIM in piazza della Repubblica; la serra di ghisa e vetro dell’Orto di Floricultura presso il ponte Rosso; le giostre sui pratoni della Zecca o alle Cascine, il ‘Panorama’ sul Prato; le statue e i monumenti commemorativi sulle piazze vecchie e nuove, si rivelano per quello che sono: gli esempi fiorentini in tono minore di altrettante forme dell’evoluzione della cultura urbana delle maggiori città europee tra l’Ottocento e il Novecento.
La dimensione negativamente provinciale di Firenze nel Novecento è misurabile in pieno nel ‘cuore’ della città, là dove l’ordine freddo della piazza Vittorio (oggi della Repubblica) ha sostituito l’intensa, organica, articolata stratificazione di strutture e di relazioni funzionali del plurisecolare Mercato Vecchio, o nella dimensione chiusa dei quartieri, testimoniata nei romanzi di Pratolini. Papini nel 1914:
“Domenica ore sei. Tutti si danno del lei intorno ai tavolini piccolini e sudicini dei noiosi caffè. Piazza Vittorio, piazza rottorio dei c... domenicali. Piazza dei fiaccherai che non parton mai. Piazza delle signore che sorridono a ore. Piazza dei letterati che dicon male di tutti assaggiando i gelati sotto gli occhi di tutti. Piazza Vittorio dove il re a cavallo sta come un ciborio di bronzo patriottardo. [...] Piazza brutta, piazza ruffiana piazza ignobile di provincia. Piazza della musica militare, dove ridon le serve al ritmo delle fanfare. Dove diventa meschina la più cupa disperazione.
Piazza vergognosa piazza merdosa piazza pidocchiosa dove il cielo è più basso che nel resto della città e pesa come un masso sulla paziente umanità. Piazza triste e sconsolata,
chiusa e fonda come cisterna. Dove affoga ogni domenica un po’ della vita eterna.
Sulle riviste Papini scrive contro tutto e contro tutti. Le parolacce stampate in grassetto, i dialoghi dei facchini innalzati agli onori poetici, poterono segnare una ventata di rinnovamento, una rivolta contro il perbenismo borghese passatista, ma costituirono anche una facile via per forme di provincialismo. E presto il futurismo non fece più scalpore a Firenze. La Firenze di Papini è una Firenze “autunnale, scontrosa, aggrondata, corsa dal vento ghiaccio e dalla pioggia sottile” (A. Franchi, 1924); ma quanto più personale è l’espressione dell’esperienza personale e della partecipazione lirica di Papini, tanto più essa riesce rivelatrice per riconoscere il ‘tempo’ e lo ‘spazio’ della Firenze del Novecento: “In quel tempo dovei riscendere a Firenze. Appena sceso dal treno, col capo intronato, il frizzio agli occhi, nel fumo tepido, riconobbi la vecchia, la brutta, la sudicia stazione della mia patria [la vecchia Maria Antonia] [...]
Imboccando Via dei Panzani mi sentii ad un tratto, nella mia propria città, come un forestiero che arriva la prima volta. Dopo tanto distacco ogni cosa, pur essendo famigliare, la sentivo estranea, quasi ostile. M’ero immaginato, scendendo dall’Appennino, il tumulto della gente in daffare; le strade, invece, mi sembravano spopolate e sentivo il silenzio, più che in mezzo al rameggiare dei cerri sulla montagna lasciata. Un silenzio che non era quello, naturale e fortificante, di lassù: ma un silenzio uggioso, gravoso, vergognoso, come alla fine di un peccato mediocre, di bisticci ignobili. Le botteghe parevan deserte, le robe delle vetrine facevan l’effetto d’esser messe lì da tempo infinito, a riposo. Saponette ripugnanti, balocchi invecchiati, libri usati dall’aria, cappelli passati di moda che nessuna donna metterà mai in capo, anelli falsi, orologi fermi, canditi che stuccano prima di assaggiarli, e fiori troppo belli, fuori stagione, che paion finti e senza odore. Ogni tanto un tranvai giallo e rosso si strascicava in falsa corsa, stridendo, e sobbalzando sulle rotaie, con poca gente dentro, rassegnata alla prigione dei vetri, come parenti dietro un trasporto. Una carozza, due carrozze, col fiaccheraio immusonito a cassetta che per sfogare l’uggia guarda male quelli che vanno a piedi, e gli tentenna sulla testa la tuba messa di traverso[...]. Qualche automobile strombetta stizzosa, vomitando fumo e puzzo, - e nessun ragazzo alza la voce a cantare, come ai tempi di prima”. In tante pagine di Papini ritorna il senso di una Firenze tutta di pietra, che può anche far paura: “La città è tutta una casa che sa di rinchiuso e puzza tremendamente di vita umana. E’ un grande accampamento pietrificato e invecchiato, una talpata di sassi e di mattoni sovrapposta malignamente alla deserta libertà dei campi. [...] Il solo pezzo di natura naturale che ci sia rimasto è il fiume”. Le strade sono “affossate tra i palazzi neri o le oneste case invecchiate sotto la polvere”.
Proprio nel corso del Novecento nasce e si sviluppa il mito falso e oleografico di Firenze ‘città dei fiori’, che porta come conseguenze piccoli e facilmente riparabili scempi e non di meno emblematici, quali ad esempio i giardinetti di piazza Santa Maria Novella per finire alle odierne vasche-fioriere in cotto. La dimensione di Firenze negli anni Trenta e Quaranta, chiusa in se stessa e prigioniera di se stessa, si risolve nella pittura di Rosai in soluzioni degne della grande tradizione fiorentina o in alcune pagine ricche di sofferta patecipazione umana nei romanzi di Pratolini. Così nel 1932 quest’ultimo restituisce il clima di quegli anni: “Noi eravamo contenti del nostro Quartiere. Posto al limite del centro della città, il Quartiere si estendeva fino alle prime case di periferia, là dove cominciava la via Aretina, coi suoi orti e la sua strada ferrata, le prime case borghesi, e i villini. Via Pietrapiana era la strada che tagliava diritto il Quartiere, come sezionandolo fra Santa Croce e l’Arno sulla destra, i Giardini e l’Annunziata sulla sinistra. Ma su questo versante era già un luogo signorile, isolato nel silenzio, gravitante verso San Marco e l’Università, disertato dalla gente popolana che lasciava i figli scavallare sulle proprie strade dai nomi d’angeli, di santi e di mestieri, nomi antichi di famiglie ‘grasse’ del Trecento. Via de’ Malcontenti ne era un’arteria e un monito: via dell’Agnolo la suburra, sulla quale immetteva Borgo Allegri ove in un’età lontana un’immagine della Madonna, dipinta da un concittadino immortale, portata in processione, si degnò di miracolare in mezzo al popolo, ‘rallegrandolo’. Panni alle finestre, donne discinte. Ma anche povertà patita con orgoglio, affetti difesi con i denti. Operai, e più propriamente, falegnami, calzolai, maniscalchi, meccanici, mosaicisti. E bettole, botteghe affumicate e lucenti, caffè novecento. La strada. Firenze. Quartiere di Santa Croce. [...] Si usciva dal lavoro dopo le sei del pomeriggio; e non esisteva vera vita, società vera, calore, se non quando eravamo nelle nostre strade e piazze. A seguitare il Corso che appunto sboccava all’Arco di San Piero, avremmo trovato la città col suo centro, i bei caffè e le orchestrine; eppure, per fare quei pochi passi, inconsciamente ogni volta, ci preparavamo a qualcosa di estraneo da affrontare. Creature innocenti, confinate per malinconia, abitudine o amore, per qualcosa di più intimo e rissoso, nel nostro Quartiere. Anche coloro che lavoravano nelle fabbriche della periferia, pedalavano veloci sui viali per raggiungere il Quartiere e godere la serata che gli apparteneva. [...] Le case erano buie, umide e fredde d’inverno. I tavoli dove mangiavamo avevano spacchi verticali di cui ci accorgevamo soltanto le rare volte che scrivevamo una lettera. Ma pulite e in ordine, le nostre case, curate dalle nostre mamme che avevano i capelli grigi e uno scialle buttato sulle spalle. Nella stanza da pranzo che noi chiamavamo il salotto, c’era un divano, con la trina alla spalliera e i mattoni rossi di cinabrese, le fotografie incastrate ai vetri della credenza, una sveglia.[...] La città era al di là di questa nostra repubblica, aveva per noi un senso di archeologia e di eldorado insieme: per parteciparvi occorreva che fossimo rasati e avessimo in dosso i vestiti migliori. Dagli altri Quartieri popolari ci divideva un sentimento impreciso eppur vivo di rivalità ed emulazione; ci riunivano per subito dividerci di nuovo, in rissa, l’Arno d’estate e le partite di calcio alla domenica, la tappa del Giro d’Italia. Dalla soglia del caffè, ove la radio imperversava inascoltata, guardavamo le ragazze passare, parlavamo, entravamo ai biliardi, ci muovevamo verso via Rosa dopo cena, o curiosi di una motocicletta facevamo a turno, col meccanico che la guidava, un giro per i viali di Circonvallazione. Divisi in più gruppi, secondo le amicizie, le affinità, le occasioni. [...]Abitavo al secondo piano di via de’ Pepi 25; nella casa d’angolo con via dell’Ulivo. Su questa strada guardavano le finestre della cucina e del salotto; vi saliva odore di stallaggio, e nella notte scalpitare di cavalli. Al mattino le carrozze erano in fila lungo il marciapiede. Fra uno sbattere di secchi e uno scrosciar d’acqua, il bacalaro Egisto le nettava del fango e della polvere. [...] I fiaccherai facevano capannello sulla porta dello stallaggio: avevano voci chiocce, catarro. Passava il venditore di pane fresco: ‘Semellaio’! gridando, con la gerla sotto il braccio. Lo precedeva il ronzio della segheria che sarebbe durato tutta la giornata. Poi arrivava la prima diligenza del suburbio, ne scendevano i contadini e i fattori, le massaie che venivano in città per i corredi. Se primavera, fasci di mimose stipavano l’imperiale.
..Chiudevano le osterie e i bar. E al Bar San Piero le sedie erano già sui tavoli; gli ultimi avventori prendevano in piedi un ‘cappuccino’; il biscazziere sollecitava battendo le mani i caparbi giocatori di biliardo e di ramino. L’uscio della casa di via Rosa si apriva e richiudeva alle spalle dei clienti ritardatari che scendevano dalle camere. ‘Ciao Morino, sognami’. Qualche finestra su via de’ Pepi si apriva di tanto in tanto, per un involto di immondizia da far volare sulla strada. La fontanella di piazza Santa Croce aveva ora tutto per sé il silenzio sotto la luna. Appena oltre, fra le arcate del ponte alle Grazie, l’Arno scorreva spumoso per il rigurgito della pescaia. [...] Alla balaustra del Piazzale Michelangelo c’era gente poggiata a mirare il panorama, o seduta sulle panchine. Attorno alla copia del David, alto sul piedistallo, il fotografo ambulante richiamava l’occasionale clientela. Il caffè aveva messo fuori sulla loggia i tavolini: dei turisti vi indugiavano contenti. Dal capolinea il tranviere scampanellava la partenza. [...] Il Bar San Piero ha smontato la sua porta a vetri: invade il marciapiede la teglia dei bomboloni avvolti nello zucchero, fragranti di vainiglia. Il trippaio è davanti al suo carretto: fuma nella vaschetta il lampredotto appena bollito; gli si affollano attorno i garzoni del Quartiere col pane croccante fra le mani, per la prima colazione: si puliscono le dita sul fondo dei calzoni per servirsi un pizzico di sale. Il fornaio è in maglietta e mutande sulla soglia del negozio. Passa il cenciaiuolo col suo richiamo e il barroccino spinto da un ragazzo. Col sacco sulle spalle, un giovane di diverso accento lancia per via dell’Agnolo il grido quotidiano: Compro capelli caduti dal pettine. [...]
E’ l’una nel nostro Quartiere. Il trippaio parte col suo carretto; cala la saracinesca il profumiere. Al Bar San Piero, giovanotti in tuta aspettano l’espresso fumando la sigaretta. [...] Siamo giunti in piazza Santa Croce. Il sole dell’una è tutto sulla facciata della Chiesa. Dal silenzio del chiostro emergono i cipressi recinti in quadrato. Sotto la statua del Poeta sono seduti i vecchi dell’Ospizio a godersi il sole: conversano con le mature prostitute che si riordinano i capelli e si scuotono dal grembo le briciole di pane, sulle quali piombano i piccioni. I tipografi e i mosaicisti, in camiciotti gialli e neri, lunghi fino al ginocchio, oziano sulle panchine in attesa della sirena. All’angolo di via de’ Benci, in ombra, stanno le carrozze, coi cavalli che affondano il muso nel sacco della biada: li controllano i fiaccherai mangiando agli ultimi tavoli dell’osteria che dà sulla piazza. [...] Piazza Beccaria ci accolse col via vai serale del Quartiere: gruppi di persone attorno ai venditori ambulanti, al banco del cocomeraio, alla entrata del cinema Alhambra, dai cui manifesti effigi della Garbo recavano scritto per traverso: GRANDE SUCCESSO” (Il Quartiere, 1945). Palazzeschi ci restituisce il significato e la dimensione della passeggiata alle Cascine: “Si faceva a piedi un tratto del viale, poi ci si fermava perché mia madre potesse godersi con agio la sfilata delle carrozze, spettacolo di suo pieno gradimento; osservare le acconciature, scoprire le ultime portate e evoluzioni della moda che venivano annunziate da parte sua come a sé stessa, con piccole esclamazioni rattenute, rilevanti una perfetta logica più che la sorpresa nel cambiamento o nell’evoluzione. Cose che alle Cascine, in quel passeggio domenicale, si potevano osservare meglio che in qualunque altro luogo. Un cambiamento allora voleva dire qualcosa di più, non facile problema veramente, perché di roba addosso, le signore, ne avevano la loro parte, qualche cosa di più: stoffe, gale, veli, nastri, piume, fiori; o di più grande: cappelli maniche gonnelle che aumentavano dimensioni; come oggi, se si annunzi divario nella moda femminile ciascuno si attende qualche cosa di meno” (1932).
Dopo la creazione degli ultimi lungarni a est, negli anni Settanta del secolo scorso, l’Arno è ormai un grande canale chiuso tra le muraglie continue, astratto dal tessuto urbano. Ma sul fiume c’è ancora movimento per il continuo via vai dei renaioli. La rena dell’Arno, prodotta dallo sgretolarsi della pietra forte e della pietra serena che si trovano in abbondanza lungo tutto il suo percorso e accumulatesi durante le piene negli avvallamenti del letto, è un ottimo inerte per le costruzioni di Firenze. I renaioli lavorano d’estate, tutto il giorno dall’alba fino al calare della sera. Quando il barchetto è pieno il renaiolo scarica sul greto e inizia un altro pesante lavoro; grandi reti di filo di ferro sono drizzate un po’ oblique verso il terreno, attraverso le quali viene passata la sabbia estratta, per suddividere le varie gradazioni, dal renone alla rena fina. “Quando i monticelli di sabbia vagliata ondulano come dune il greto dell’Arno, arrivano schioccando forte la frusta i barrocciai, che rotolano giù per la scarpata i loro capaci carri, trainati saldamente da ben piantati stalloni; e la risalgono, appena fatto il carico, con alte grida di incitamento per i cavalli, perché tendano bene i garretti nello sforzo della breve, ma aspra salita. E’ un via vai affaccendato che continua per delle ore, un lavoro incessante di pale e di redini, accompagnato da cigolii di ruote, schiocchi di frusta e grida, che dànno al greto dell’Arno un vero e proprio festoso aspetto di cantiere in gran lavoro” (E. Biagini, 1936). Sono ancora molto frequentati i lavatoi pubblici lungo le sponde del fiume, come al ponte a Santa Trinita o a San Niccolò. L’Arno è ancora teatro di molte attività e manifestazioni. Davanti al palazzo Corsini, in mezzo alla corrente, si costruisce una piattaforma galleggiante con orchestra e bar per gustare caffè o sorbetti nelle serate estive. I lungarni sono teatro delle feste di carnevale. Al centro del Ponte Vecchio, i pilastri della loggia vasariana a tre arcate sono tappezzati dai sommari dei giornali fiorentini e c’è una “rivendita di giornali, orari e guide”. Continua la tradizione borghese dello stare in villa per alcuni mesi dell’anno. Palazzeschi ricorda che i fiorentini andavano in villeggiatura alla Madonna della Tosse: “La Madonna della Tosse era un’esagerazione che aveva un significato reale, perché le villeggiature di quel tempo si facevano a pochissima distanza dalla città, otto o dieci chilometri al massimo, e più di sovente tre o quattro appena. [...] mi ritornano alla memoria nomi che si facevano allora: Scandicci, Marignolle, Compiobbi, il Bagno a Ripoli, Candeli, il Ponte a Ema, Varlungo. [...] Quando si diceva Fiesole già si diceva una parola di sapore esotico in fatto di villeggiature, e quelli che andavano a Fiesole avevano tutta l’aria di chiedere il passaporto” (1932).
|