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Firenze capitale: gli ultimi decenni - Firenze in Toscana

 

Dopo che la capitale fu trasferita a Roma (1 luglio 1871), il Comune si trovò in stato fallimentare per l'enorme massa di lavori intrapresi. In tre anni la popolazione diminuì di ventottomila unità. Oltre all'esodo provocato dalla partenza della capitale, è da valutare il ritorno all’origine dei lavoratori che erano arrivati a Firenze nel periodo del boom del periodo precedente. Nella relazione della Giunta comunale sul piano regolatore, tenuta dal sindaco Ubaldino Peruzzi nel 1872 si legge che "intender si debba principalmente a provvedere: 1- Ad agevolare le comunicazioni principali fra gli accessi alla Città e la sua parte più centrale; 2 - Ad agevolare le comunicazioni fra i luoghi ove maggiore suol essere l'affluenza della popolazione; 3 - A sbarazzare i pregevoli suoi monumenti dalle costruzioni che li nascondono o li deturpano". In queste indicazioni è evidente che da una parte rimane viva una preoccupazione relativa alle difficoltà di circolazione nella rete delle strade del centro, mentre dall'altra, nella cultura della città, prevale la considerazione per il ruolo del monumento inteso tuttavia come isolato, prescindendo dal contesto. I lavori di trasformazione edilizia all'interno del centro antico continuano. L'apertura dei Lungarni della Zecca Vecchia, Serristori e Torrigiani (1870-72) conclude il processo che, iniziato con la realizzazione del Lungarno Vespucci, porta alla fine del secolo a una completa trasformazione nella struttura dei rapporti tra la città e il fiume.

 

Nel 1859 il granduca Leopoldo II aveva bandito un concorso per la facciata della cattedrale. Nel 1860, durante il soggiorno a Firenze del re Vittorio Emanuele, si pone la prima pietra, ma passano ancora molti anni prima che, dopo diversi successivi concorsi, sia realizzata la facciata di Emilio De Fabris (1871), continuata, dopo la sua morte, da Luigi Del Moro. La nuova facciata viene inaugurata nel 1887. In tale occasione si organizzano feste grandiose: spettacoli alla Pergola, cortei storici, gran ballo in Palazzo Vecchio, torneo storico ai Pratoni della Zecca ove si erige un anfiteatro capace di contenere venticinquemila persone. Durante tali festeggiamenti viene inaugurata la prima illuminazione a luce elettrica in via Calzaiuoli, via Cerretani e via Tornabuoni. Quanto alla facciata restano validi i giudizi di Diego Martelli: "folaga da giorni grassi e da magro", "concepimento artistico a pezzi variabili", "facciata bisessuale".
Le prime idee di un riordinamento del centro erano state avanzate nel periodo dell'occupazione napoleonica. Ma per tutto il corso del secolo non era stato preso nessun provvedimento concreto, neanche per la zona del Mercato Vecchio, che per le sue condizioni igieniche costituisce uno dei focolai della violenta epidemia di colera che colpisce Firenze nel 1835. Nel 1861, dopo l'annessione, l'ingegnere capo dell'Ufficio d'Arte comunale, Luigi Del Sarto, progetta un intervento di demolizione e ricostruzione per un nuovo mercato delle vettovaglie tra piazza Brunelleschi e via Cardinali, nel vecchio centro. Altri progetti vengono approntati nel 1869, da un gruppo di finanzieri e autorevoli cittadini. Al di là delle giustificazioni ufficiali che si rifanno all'Arte e alla Storia da una parte, e dall'altra a ragioni di traffico e di igiene, il 'risanamento' dell'antico centro intorno al Mercato Vecchio, compiuto a fine secolo, è dovuto soprattutto alla volontà della classe borghese di affermare il proprio prestigio. Il mezzo per tale operazione è anche in questo caso quello della speculazione edilizia: "per lunghi anni si dibatté questo problema, con il concorso di una serie incredibile di proposte comunali e di professionisti e anche di imprese speculative che offrono una fantasmagorica sequenza di varianti al medesimo errore" (E. Detti, 1970). Nel 1884 vengono avviate le pratiche per l'esproprio e nel 1885 il Vecchio Ghetto è già evacuato. Mentre continuano le demolizioni la piazza del Mercato Vecchio viene allargata fino alle dimensioni dell'attuale piazza della Repubblica. Nel 1890 vi viene collocato il monumento a Vittorio Emanuele, trasferito nel 1931 sul piazzale alle Cascine. In quegli anni si succedono le diverse proposte e i progetti degli architetti e delle società vengono esposti nelle vetrine dei negozi più importanti, come era avvenuto per quelli della facciata del Duomo.

 

La distruzione delle antiche strutture del vecchio centro è quasi completa. Vengono salvati soltanto pochi edifici isolati, secondo i criteri di scelta abbastanza incerti. Viene nominata una commissione per rilevare e studiare gli edifici della zona da demolire. Alla fine vengono conservati alcuni elementi monumentali o di valore storico (oggi al museo di San Marco e al museo Bardini), in complesso di entità irrilevante. . Qualche altro elemento monumentale viene salvato per reimpiegarlo in interventi di 'restauro': sull'angolo nord-est del palazzo dell'Arte della Lana viene trasportato il tabernacolo di S. Maria della Tromba costruito nella seconda metà del Trecento sull'angolo della piazza del Mercato Vecchio all'imbocco di via Calimala . Ugualmente insufficienti sono i pur preziosi rilievi sulle fondazioni della città romana curati dall'architetto Corinto Corinti, così come i rilievi del Comune e la campagna fotografica di Giuseppe Baccani prima e durante i lavori. Nell'area del 'risanamento', dove, fin dall’origine della città, si erano andate stratificando le strutture edilizie, vengono distrutti edifici rilevantissimi, quali diverse torri tra cui quelle degli Amieri e dei Caponsacchi sulla piazza del Mercato Vecchio; le chiese di S. Andrea, di S. Pier Buon Consiglio, di S. Tommaso, di S. Maria in Campidoglio; le sedi dell'Arte degli Albergatori e dell'Arte dei Rigattieri ecc. La vasariana Loggia del Pesce e la colonna dell'Abbondanza vengono smontate. Sono state ricollocate recentemente, la prima nella piazza dei Ciompi, la seconda dov’era in antico (piazza della Repubblica). In tanti anni di discussioni non è dato riscontrare nessuna seria critica a quello che risulterà il più grande errore urbanistico del secolo. Subito dopo cominciano i giudizi negativi e i rimpianti. Ricordiamo l'acuto sonetto di Telemaco Signorini: " Fosti per tutto de' toscani autori/ sorgente viva di linguaggio usato/ ed ora t'hanno ucciso i professori!.../ Addio per sempre, povero Mercato/ addio studio di forme e di colori/ dal secolo dei dotti inesplorato" .

Per poter 'risanare' il vecchio centro si rende necessario prima costruire nuovi mercati. Il mercato 'centrale' di S. Lorenzo viene realizzato nell'area tra le vie dell'Ariento, S. Antonino, S. Chiara e Panicale, distruggendo le strutture residenziali ivi esistenti, i cosiddetti Camaldoli di S. Lorenzo. Costruito in ferro, su interessante progetto di Giuseppe Mengoni, l'autore della Galleria di Milano, viene inaugurato nel 1874 con una Esposizione internazionale di Agricoltura . Il mercato di S. Ambrogio, costruito nel grande orto nell'isolato oltre S. Croce verso le mura, anch'esso con struttura di ghisa, era stato inaugurato nel 1873, circa un anno prima di quello di S. Lorenzo . Nel 1875 viene inaugurato infine il mercato di S. Frediano (più tardi abolito) sulla nuova piazza dei Nerli e vie adiacenti. Il costo sociale dell'operazione di risanamento del centro è altissimo. Tra l'altro, nella "fase di lenta ma progressiva uccisione del centro, già la popolazione più agiata si era a poco a poco e naturalmente allontanata verso le periferie borghesi fuori dei viali, mentre gli strati più bassi, resi più miserabili dallo stato di abbandono dell'intera zona, dovettero andare ad alzare ancora la densità dei quartieri di Santa Croce e San Frediano, sopraelevando edifici e coprendo cortili e altri spazi" (E. Detti, 1970).

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