La vita urbana nella prima metà dell'ottocento - Firenze in Toscana
Malgrado l'apparente efficienza del suo 'splendido isolamento', Firenze era tuttavia una città profondamente invecchiata nelle sue strutture e nei suoi servizi, anche perché si andava lentamente addensando, senza aprirsi. Il Leopardi, nel periodo della sua permanenza a Firenze, scriveva al Giordani, con un giudizio forse eccessivo e reso più aspro dal suo stato di salute: 'Questi viottoli che si chiamano strade mi affogano, questo sudiciume universale mi ammorba'. Le trasformazioni urbane ed edilizie operate nell'ultimo cinquantennio granducale sono da considerarsi episodi singoli, sparsi e slegati; apparentemente caute, ed ognuna in generale causata da nuove necessità, furono le premesse che condizionarono con la loro influenza tutto il processo di trasformazione successiva"(E. Detti, 1970).
Ai primi dell'Ottocento, Firenze si presenta conclusa nella forma e nella dimensione della struttura ormai stabilizzata da diversi secoli. Così ne scrive Stendhal nel 1817: "Fortunatamente per la bellezza di Firenze, i suoi abitanti perdettero, con la libertà l'energia necessaria per innalzare dei grandi edifici. Così l'occhio non è disturbato qui da quelle indegne facciate alla Piermarini, e nulla turba la bella armonia di quelle strade dove si respira l'ideale del Medio Evo. In venti punti di Firenze, per esempio scendendo dal ponte della Trinita e passando davanti a Palazzo Strozzi, il viaggiatore può credersi nel Cinquecento".
La città è perfetta nella sua forma, conclusa nel giro delle mura e accentrata intorno agli episodi fondamentali della cupola e degli altri monumenti famosi, viva nel continuo equilibrio tra le parti costruite e quelle libere a orti e giardini, sempre più numerosi e vasti man mano che si procede dal centro verso le mura (fig. 3).
La trasformazione è lenta. La vita della città, nel modo tipico della provincia che risente da lontano i grandi avvenimenti dell'epoca che hanno luogo altrove, è caratterizzata da un tono minore, sommesso. Per coglierne la dimensione non si devono trascurare anche i piccoli fatti della vita quotidiana, della cronaca aneddotica. Un giro lungo le mura può rivelare molte cose. Tra le zone costruite, che qua e là toccano già il limite delle mura, l'aspetto della città è ancora quello antico. Qui l'aria sente già la terra e la campagna, con le strade assolate strette fra mura intonacate, con lunghi tratti non interrotti da trasversali. Una qualificazione ambientale ormai del tutto scomparsa e soltanto intuibile in via delle Casine, o borgo Allegri o in qualche altra strada secondaria dell'Oltrarno. Lungo le mura corrono due strade (ambedue sotto il nome appunto di 'via Lungo le mura'): una esterna, di carattere campestre, costeggiata dalle vigne e dagli orti; l'altra interna "malinconica pei velluti grassi delle borraccine, sulla quale cadeva presto la sera: strada cara agli innamorati" (G. Picchi, 1934). Lungo le mura si portavano a domare i puledri; i funaioli facevano le canape, mannelle di corda e rotonde gomene. Allo sbocco di via della Mattonaia si recavano i verniciatori, i mesticatori e i legnaiuoli per fare le vernici che era vietato di manipolare in città per il pericolo di scoppio. Nella stessa località fuori mano e deserta i carradori formavano i cerchioni delle ruote per barrocci e per carri. I profondi fossati lungo le mura, all’esterno, tra Porta a Pinti e Porta San Gallo, freddi per la lunga ombra, erano sfruttati come ghiacciaie e d'inverno i ragazzi vi giocavano sopra. Altrove si trovavano una concia, una fabbrica di candele di sego, una stalla. Negli spazi liberi in vicinanza delle porte, i fiorentini sfogavano l'antica passione per il gioco della palla. Le porte venivano chiuse ogni sera all'una fino al 1848. Al mattino, davanti a quelle principali, si formava la coda dei barrocci; i primi della fila erano i lattai e gli ortolani.
All'interno delle mura, la vita era un po' quella di un grande paese, con il mercato dei cavalli e dei puledri nella polvere di piazza Pitti e quello giornaliero della paglia e del carbone sulla piazza Santa Maria Novella. In piazza Santa Croce, i conciatori stendevano le pelli per asciugarle. Nel 1816 il mercato della paglia fu trasferito dalle logge di San Paolo alla loggia del Mercato Nuovo. Nel 1810 il mercato della legna da ardere (carbone, pigne fascinotti di scopa ecc.) si teneva sul lato orientale di piazza del Duomo. Grandiose fiere si svolgevano nelle domeniche della quaresima alle porte della città. "D'estate le strade di tutto quel quadrato del centro della città che costituivano il Mercato, erano coperte di tende d'ogni colore, d'incerati gialli, di pezzi di traliccio e di stoie, in una confusione straordinaria di colori, di fogge e di toppe, da stancare qualunque immaginazione, e da far disperare qualunque artista avesse voluto riprodurre il quadro strano, singolarissimo, pieno di vita, di movimento e di colore locale".
"Nelle famiglie del popolo come in quelle signorili, si usava fare il pane in casa, e per la città si vedevano a tutte l'ore i garzoni di fornaio che uscivan dalle case con l'asse in capo coperta da un pannolano" (G. Conti, 1899). Numerosi erano dovunque i venditori ambulanti. Lungo l'Arno, alle case che arrivavano con i giardini fino al fiume si alternavano i bagni e i giardini pubblici. I caffè, numerosi (il più antico era il Panone in via Por Santa Maria, dove si recava già il Goldoni) e frequentati da tutte le classi sociali, erano centri di ritrovo. Come anche i primi circoli, quali soprattutto il 'Casino di Firenze', inaugurato da Leopoldo II nel 1844 nei locali del palazzo Aldobrandini Borghese in via Ghibellina (fig. 26). Come i teatri, sparsi per tutta la città, pubblici e privati, annessi anche ai conventi o agli istituti di educazione. Ma la strada stessa era spesso teatro delle esibizioni di saltimbanchi e giocolieri. La scena urbana, come quella dei dintorni, sembrano riflettere un'atmosfera chiusa, di attesa, che pervade ogni episodio e circola in ogni documento che ci resti di quell'epoca. Pensiamo alla luce dei quadri, più tardi, di Giovanni Fattori o di Giuseppe Abbati, la luce che invade le strade e picchia sui muri della campagna toscana ma anche su quelli della città, dove si deposita la polvere sollevata dai carri trasformando la luce in un riflesso canicolare, abbagliante, in cui le cose sembrano disporsi a una lunga, paziente attesa. La polvere è componente della scena urbana insieme alle insegne che coprono le facciate e ai primi rumori meccanici della strada. E' quanto osservano in alcune lettere i poeti Elisabeth ("la polvere qui è come il fumo a Londra") e Robert Browning ("E quanto posso dire è che amerò la polvere di Firenze, le lettere che compongono il suo nome..."; "E per davvero sento amore per la polvere delle vie di Firenze"). Già con l'apertura delle Cascine si era introdotto nell'ambiente fiorentino qualcosa di nuovo. "E' il senso del perfettamente in piano, a livello, che si inserisce [...] nell'anima e nella storia della nostra città" (A. Guidi, 1957). Alla natura elaborata, costruita, dei secoli passati, agli spazi dei giardini rinascimentali che non sono mai radura, che sono sempre un po' piazza o cortile, si sostituisce la vegetazione romantica del grande parco che dà la sensazione e il piacere di poterlo immaginare infinito.
Anche la qualificazione della piazza Maria Antonia, la prima piazza ottocentesca a Firenze, è significativa nella storia del paesaggio urbano. La regolarità della piazza, la distensione della vasta planimetria piatta e ripulita, scandita dagli elementi dell'arredo isolati come i passanti sul grande spiazzato, diventano per chi guarda motivi di tranquilla e statica contemplazione che corrisponde alla tendenza romantica a un'illusione di infinito, realizzata per il fatto stesso che sono sempre visibili i lontani limiti (fig. 24). E' un gusto che si afferma già, insieme ad altre componenti, nel vedutismo di Bernardino Rosaspina o di Antonio Terreni, ad esempio, e che si sviluppa più tardi nelle opere dei cosiddetti 'macchiaioli'.
Nel 1846 fu attuata l'illuminazione a gas di alcune zone centrali della città. La prima strada illuminata, in onore del granduca, fu via Maggio. Per evitare ogni spreco, si stabilisce che quando splende la luna piena, o quasi piena, le lanterne devono rimanere spente. "I primi lampioni a gas si erano veduti a Firenze nel 1846: ma dieci anni dopo v'erano ancora dei lampioni a olio. Per accenderne uno ci volevan spesso e volentieri almeno dieci minuti e poi davano luce talmente scarsa ed incerta, da far credere alcune strade lasciate in piene tenebre. Vari altri servizi pubblici si facevano in modo assolutamente rudimentale; ma non per questo si trovavano meno contenti del soggiorno di Firenze gli stranieri e gli italiani d'altre parti della penisola che vi affluivano" (U. Pesci, 1904). L'acqua piovana non era incanalata in verticale e scrosciava a doccia dalle falde dei tetti nelle strade. Soltanto nel 1839 si cominciò ad adottare le grondaie, ma, mancando i canali di scarico sotto il livello stradale, nei giorni di pioggia abbondante le vie continuavano a trasformarsi in veri corsi d'acqua. Agli inizi del secolo la pulizia delle strade e delle piazze era fatta dai forzati delle Stinche, legati a coppie. Dietro le spalle dell'uniforme (gialla per i condannati a vita, rosa per i condannati a tempo) portavano scritto a grandi caratteri il delitto commesso. Più tardi la cura degli spazi pubblici fu affidata ai pompieri. L'esame delle localizzazioni delle funzioni al 1855 (fig. 3) dimostra la distribuzione delle attrezzature e dei servizi pubblici realizzati nel periodo granducale ex novo o negli spazi resi disponibili dalla soppressione dei conventi. Tali funzioni tendono ad organizzarsi nelle strutture edilizie tradizionalmente pubbliche oppure nella fascia periferica verso le mura, specie nella zona medicea, tra via Larga e borgo Pinti, a nord della trasversale via Alfani, zona tradizionalmente sviluppatasi come 'direzionale'. Nella zona compresa tra via San Gallo, borgo Pinti e la linea della penultima cerchia (via dei Pucci-via Bufalini) sono concentrati vasti istituti di beneficenza (ospedali di S. Maria Nuova e Bonifazio ecc.), ampi complessi scolastici, uffici (governativi e d'altro genere), caserme, grandi palazzi (Capponi, Della Gherardesca, Pucci, ecc.). In Santa Croce si notano le caserme, l'ospizio di mendicità, le carceri. Si individuano chiaramente, rispetto alle altre strade a servizio prevalentemente della residenza, alcune direttrici fondamentali a funzioni miste: via San Gallo (attrezzature ospedaliere, scolastiche, uffici, caserme), via Ricasoli (scuole, scuderie), via Alfani, via S. Egidio-via dei Pucci, via Palazzuolo ecc.; in altre parole le vie corrispondenti alle antiche direttrici territoriali. Quanto all'Oltrarno, si nota l'influenza della presenza della corte granducale, che comporta l'organizzazione di alcuni servizi e attrezzature attorno a palazzo Pitti: in particolare scuole e teatri.
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